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ANTOLOGIA CRITICA
Arcani Fumetti
Flaminio Gualdoni

"Arcani Fumetti". Si potrebbe iniziare da qui, da questa felice notazione di Francesco
Gallo, per dire del lavoro di Pino Chimenti, caso atipico nel panorama nostrano soprattutto per via di una sua
levità, d'un suo palazzeschiano Iasciami divertire", che fa bene al cuore in questa stagioni di yiuppismi
postavanguardistici.
Chimenti in effetti opera così, contaminando modi e stilemi della cultura che si suole dire alta con trascorrimenti
bruschi non verso il basso (procedimento, questo, talmente iterato da essere venuto a noia), ma verso una sorta
di limbo sensuoso dell'intelligenza, che si compiace di blaguer con se stessa, deresponsabilizzata
non per programma intellettuale, ma semplicemente, così, per il gusto pieno dell'otium: che non è,
appunto, oziare, ma godere di un fare libero e non necessitato.
Le sue calligrafie minuziose da Ingegnere del gioco" - così recita il titolo di un suo quadro tra i
più nitidi - e quell'agire come intarsiando brani grafici per effetto di tissularità che si vorrebbero
divaganti e meramente decorative, e scoprono invece di sé argute vocazioni biomorfe, sono quelle che hanno
fatto dire a Dorfles di "titubanza semantica". Come dire, si tratta di una pratica che deliberatamente
si atteggia entro i confini di un modo che non vuol essere metodo, di un fare che all'apparenza si sottrae allo
scavo del senso per tradursi in mera affabulazione bidimensionale, ove anche i segni che varrebbero umori simbolici
- freccia numero luna e quant'altro - si rastremano a icone virgolettate, a motivi grafici liberi da responsabilità
significative.
Tuttavia essa genera per miracle - la citazione liciniana ha una sua pertinenza; anche se prevale, nelle letture
passate su Chimenti, il riferimento evidente all'imagerie kleiana... - forme, e le forme dicono spazi: e gli spazi
sono quelli del felice Kandinsky parigino, ben l'ha notato Cortenova, e insieme quelli di certi trasognamenti ernstiani,
su su lungo un divagante philum genetico in cui s'incontrano parimenti un Bissier e un Fahlström, un Copley
e un Roth.
Ecco che la tavola di Chimenti, scontata la disarmata evidenza primaria, si fa un ben più sofisticato, ancorché
non intellettualistico, e ben più intrigante, ragionamento sull'arte del
tempo nostro: dissacrante ma con effetto, dissolutorio ma con amore, ironico, sanamente ludico.
Un gioco lieve e serissimo, come è di tutti i giochi veri: simile non nei modi ma certo nello spirito, sia
consentito un riferimento ulteriore, a certe esperienze di quel Perelà perfetto dell'arte che è
Munari, con l'aggiunta di una straniata e saporosa vena patafisica.
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