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Labirinti Onirici
Janus
Il mondo è tutto ciò che accade
L. Wittgenstein
Tractatus Logico-filosofico
Pino Chimenti è un creatore di utopie. È un
nostalgico dell'ebbrezza delirante del sogno, e il cartografo d'un mondo che ha attraversato una serie di scosse
telluriche, e il geografo d'una terra capovolta e lacerata, è l'evocatore di antichi giganti che erano stati
imprigionati nelle grotte dell'Orco ed ora percorrono la terra come i Cavalieri dell'Apocalisse, ha l'animo dell'Arciere
Zen che mira ad un bersaglio invisibile e del Dossografo che cerca di ricuperare i frammenti della sapienza. Appartiene
alla nobile dinastia di artisti e letterati che non si accontentano più del mondo che conoscono ed hanno
bisogno di inventare una nuova società o una nuova dimensione, un mondo ancora più reale, oppure
più irreale, con altre regole, con leggi del tutto particolari, con altri sogni, proiettato verso il futuro
o verso un'idea di felicità e di perfezione nata nella loro mente, direi di più, in una visione morale
o filosofica e naturalmente anche estetica del divenire. La sua pittura sta molto bene insieme alle celebri utopie
letterarie e filosofiche di Tommaso Moro, di Tommaso Campanella, di Francis Bacon, all'utopia urbanistica di Robert
Owen, all'utopia architettonica di Claude Nicolas Ledoux, ai falansteri di Fourier, all'unité d'habitation
immaginata da Le Corbusier ed accanto a molte altre ancora che sarebbe troppo lungo enumerare. Le utopie sono infinite,
fortunatamente. Avviciniamoci dunque al Paese dell'Utopia dipinto da Pino Chimenti. Chiediamoci subito, a che cosa
assomiglia la sua utopia? L'arte ha avuto d'altronde importanti utopie, ma subito ci vengono in mente due nomi
che non si possono ignorare. La Metafisica ed il Surrealismo sono le utopie profetiche più complesse del
secolo XX, percorrevano le strade del sogno, ma non ignoravano le ripercussioni che i sogni hanno sulla realtà
quotidiana. De Chirico sicuramente è stato un grande creatore di utopie: ha inventato una città immaginaria
abitata da fantasmi, ma questi fantasmi siamo noi stessi. Ha consentito alla pittura moderna di fare un grande
passo in avanti alla scoperta dell'ignoto. La sua lezione è stata accolta da molti pittori, anche da quelli
che erano molto lontani dalle sue esperienze o che non le condividevano in pieno, ma nessuno ha potuto ignorare
il potere occulto dell'infinito, dell'ora fuggente, della solitudine umana, della malinconia, sentimenti tutti
che vengono a noi da molto lontano, dalle origini stesse della civiltà. C'è un filo sottilissimo
che conduce fino a Chimenti, ma dobbiamo percorrere molti sentieri. Anche Leopardi aveva percepito più d'un
secolo prima tutti questi sentimenti, anche Leopardi potrebbe essere definito un poeta dechirichiano ante litteram,
un poeta metafisico, il poeta dei grandi enigmi. Tutto gia giaceva nell'interno della cultura e della tradizione
italiana. Leopardi, che era intriso di cultura greca, ha trasmesso ai suoi lettori la sua inquietudine, lo spavento
del vuoto e l'attrazione degli abissi della mente, lo smarrimento della solitudine ed il suono d'una musica che
veniva da molto lontano, da altre tradizioni come quella greca che non si sono mai estinte.
Dobbiamo necessariamente partire da de Chirico ed anche da Leopardi (delle Operette morali, soprattutto) per arrivare
fino a Pino Chimenti. E un lungo, ma affascinante percorso che ci obbliga a fare una serie riflessione sugli accadimenti
tumultuosi dell'arte moderna. Dobbiamo leggere i suoi quadri come se fossero uno specchio che riflette alcune tappe
fondamentali della nostra cultura. La pittura italiana, va subito detto, nel corso del XX secolo non poteva ignorare
questi molteplici messaggi, pur nella sua diversità, pur nella diversificazione un po' ossessiva di tutti
i suoi stili e movimenti. Fu pittore di utopie anche Alberto Savinio, fu, su un versante del tutto opposto, pittore
di utopie anche Alberto Burri, il primo più solare, l'altro notturno. È pittore di utopie Pino Chimenti,
pittore di utopie filologiche, di utopie semantiche, di utopie linguistiche, ma anche di utopie che hanno un rapporto
assai intenso con la favola, con la sua geografia di isole che assomigliano a Ciclopi e di Ciclopi che assomigliano
ad isole, con i suoi cavalieri misteriosi, i suoi cavalieri rampanti, con i suoi cavalieri inesistenti, con i suoi
cavalieri erranti in una Terra di nessuno, in un the waste land, ricordando Eliot, altro Poeta leopardiano ed altro
poeta metafisico. Tutti questi motivi affiorano nei suoi quadri. La pittura di Pino Chimenti ci ricorda che l'utopia
spesso è il paradosso che vuole diventare realtà per un eccesso di angoscia, è trasmissione
di enigmi e di misteri, ma è anche trasmissione di desideri inconsci, di trasfigurazioni, di metamorfosi,
di miti che traspaiono uno dopo l'altro dal fondo della sua immaginazione. L'utopia non è estranea all'impossibile
e l'impossibile non è estraneo all'utopia, e la pittura di Pino Chimenti è, di conseguenza, ricca
di visioni, d'immaginazione sfrenata, di giochi semantici tra parola ed immagine, di travolgenti passioni, qualche
volta perfino d'irritazioni appena celate sotto l'elegante raffigurazione delle sue figure bizzarre, anche d'imprevedibili
incontri tra il reale ed il fantastico, tra il magma della materia e la luce profonda che proviene dalla psiche,
tra il mondo acquatico dei suoi colori ed il mondo terrestre e molto umano delle sue passioni. Certamente tutte
queste figure cosi concitate sono collocate in un universo immaginario, anzi dentro una molteplicità di
universi, come vedremo nel corso di questo discorso, ma tutto proviene da un groviglio di antiche emozioni e di
desideri che hanno sempre animato questo pittore che potremmo definire insolito o irregolare, che non è
estraneo alla lezione metafisica e che stilisticamente prosegue anche lungo il solco tracciato da un altro pittore
singolarmente visionario come Paul Klee. Ha composto la sua pittura come un labirinto, ma anche come un arcipelago,
dove tutto è movimento, dove tutto e circolare e dove tutto ubbidisce ad un ordine gnostico, quello che,
per esempio, regge il paradiso dantesco. È un labirinto onirico ed è un labirinto dove transita incessantemente
il flusso tumultuoso della vita con tutti i suoi ricordi, con tutte le sue emozioni, con tutti i suoi più
intimi pensieri, la vita del passato, che è sempre arduo ricostituire, e la vita del presente, che apparentemente
non ha ordine, non ha armonia, e caos, che viene continuamente infranta e ricomposta per volontà dell'artista.
La vita probabilmente non esiste, la vita è destinata a scomparire, l'arte invece vive, l'arte ha il potere
di sottrarla alla dimenticanza ed all'orrore (anche la letteratura, naturalmente, anche la filosofia, anche la
scienza, ma siamo costretti a limitare il nostro discorso al campo estetico). La vita è il luogo della perdita
continua dell'esistenza, è il luogo del Rapimento (della morte, per esempio), l'arte è il luogo del
ricordo, non solo del ricordo individuale, ma del ricordo collettivo del mondo.
Nella pittura di Pino Chimenti si riconoscono i segni d'una ricerca estetica molto esigente, ma sarebbe arido fermarsi
solo a questi aspetti formali, riconosciamo in quei segni cosi densi anche qualche cosa di più, il ricordo
della vita come esistenza dell'infinito, sentiamo che la sua esperienza è simile a quella di artisti che
hanno sempre un po' infranto le regole, o quelle della grammatica o quelle dell'immaginazione, poiché in
ogni angolo dei suoi quadri sono sempre visibili frammenti che non sono unicamente frammenti, ma linee che tengono
uniti tutti questi frammenti, tutti questi punti dentro uno spazio che tende ad allargarsi sempre di più.
I suoi quadri pertanto permettono alla vita di entrare in luoghi inaspettati ed imprevedibili, nello spazio della
sua astrazione mentale. Anche la vede per la prima volta alla fine entra a far parte di questa sua confraternita
segreta di antichi sacerdoti o di antichi guerrieri, di fantasmi e di persone comuni. Il pittore dipinge il lato
oscuro e segreto della vita, talvolta con risentimento, talvolta con un tono forse di rimprovero. È un interprete
ed è anche un coordinatore mago di quelle immagini e di altri pensieri o di altre emozioni
che sono state catturate qua e là dalla sapienza sempre un pò dispersiva dei secoli e che soprattutto
nella pittura contemporanea si sono manifestate talvolta con affanno, che hanno avuto il segno d'una macchia o
d'una luce, una specie di sigillo o di cicatrice. Anche Chimenti non fa eccezione a questa regola, non appartiene
più a se stesso, ma appartiene agli altri. t pittore, ma nello stesso tempo è anche molte altre cose,
si confonde con il mondo degli altri e con le esperienze degli altri, è un pò taumaturgo ed un pò
alchimista, un pò narratore ed un pò scienziato, ha un potere proteico, poiché il suo genere
di pittura, sorretta dalla sua naturale eleganza estetica, alla quale ha sempre dedicato molta attenzione e molto
amore, senza alcun dubbio, insinua molti sospetti sulla necessità del mondo e sulla giustizia del mondo,
sconvolge i piani geometrici dello spazio, introduce il turbamento nella rigorosa geometria dello spazio con i
suoi racconti irriverenti. Fa cioè una pittura tutta di punta, armata di lance e di frecce, con i suoi personaggi
dalle armature rilucenti come specchi che si apprestano a combattere i draghi dalle cento teste e le Idre velenose.
Chimenti dipinge personaggi in continua agitazione ed esagitazione, incapaci di quiete, personaggi al galoppo,
personaggi all'arrembaggio, personaggi coraggiosi, virili, personaggi pieni di estro e di fantasia, personaggi
che sanno fare sentire la loro voce e le loro emozioni, che esibiscono la loro bellezza e spesso anche la loro
ironica indignazione.
Vediamoli più da vicino. Nella sua pittura c'è Andromeda e c'è il Drago marino che vorrebbe
divorarla, c'è Andromeda e c'è il suo salvatore, Perseo, Andromeda l'antitesi del Drago, al quale
probabilmente assomiglia, ma anche Perseo, l'eroe simile ad un dragone, poiché possiede la testa della Medusa
Gorgone. Queste affinità predominano sulle differenze. I confini tra tutti questi personaggi sono molto
fragili. Andromeda è sicuramente il lato oscuro, ossessivo, fobico del Drago. C'è nella pittura di
Chimenti il lato maschile di Andromeda ed il lato femminile di Perseo. Questo mito è molto antico e farà
la sua apparizione anche in molti altri modelli letterari e pittorici. Anche Psiche, secondo l'oracolo, avrebbe
dovuto essere sacrificata, su una roccia a strapiombo sul mare, ad un altro Drago, ed anche Psiche, secondo Apuleio,
viene salvata da un eroe solare che prende il posto del mostro. Questa idea è un pò sotto la superficie
di tutta la nostra cultura letteraria ed artistica, dall'antichità ad oggi, rappresenta il contrasto tra
bellezza e mostruosità. Nelle raffigurazioni pittoriche di Chimenti c'è il Drago e c'è Perseo
in vincitore, c'è Andromeda offerta al Drago e c'è il Drago che prende un'infinità di aspetti
diversi. C'è sempre il sospetto che Andromeda (e con lei tutte le eroine che vivono la stessa esperienza)
anche in questi quadri prenda di notte l'aspetto d'un Drago per attirare il suo innamorato e che a sua volta Perseo
sia anche il Drago, eroe sicuramente appassionato ed ambiguo. Ecco perché Andromeda è depositaria
di segreti mistici, conosce i luoghi reali ed onirici del Rapimento e dell'Occultamento. Perseo è l'uccisore
di Draghi, Andromeda la domatrice di Draghi. Sono destinati ad incontrarsi e ad amarsi, a formare la coppia probabilmente
più erotica di tutta l'antichità. Il compito di Perseo è quello di sottomettere la duplice
natura umana ed animalesca di Andromeda, come capita anche ad Arianna con Dioniso, per esempio. Solo un dio come
Perseo (è figlio di Zeus) può sedurre ed ammaliare la materia duplice di Andromeda Drago. Questa
è anche una delle tante chiavi per penetrare nella pittura di Pino Chimenti e nel suo significato esoterico,
i suoi personaggi hanno la duplice componente maschile e femminile, del maschile che prende la figura del femminile
e del femminile che prende l'aspetto del maschile. Ecco perchè i suoi cavalieri sotto la loro corazza sono
anche i draghi del mito ed i suoi draghi sono anche i cavalieri erranti della poesia, sono Edipo e la Sfinge contemporaneamente,
sono Bellerofonte e Pegaso, sono cioè l'Uno ed il Molteplice, come vedremo ancora meglio nel seguito di
questa escursione nel suo territorio, sono l'Androgino ed il Diverso. Abbiamo qui fatto una scoperta inaspettata,
questo è uno dei percorsi del mito che attraversa l'antichità per affiorare nella sua pittura. Potremmo
naturalmente fare molti altri esempi mitologici. La pittura glauca, marina, di Pino Chimenti sembra adatta ad accogliere
questi labirinti mentali che percorrono le strade tortuose dell'immaginazione.
Nello spazio tempo di Pino Chimenti un posto considerevole è dedicato al disegno d'una geografia fantastica,
come se si trattasse delle vestigia dell'antica Creta o di Atlantide o d'un agglomerato di palazzi e di edifici
sommersi dal mare, ricordo d'una storia che non si può dimenticare e che racchiude il senso d'una continuità
di pensiero. Età preistorica ed età classica, Medio Evo e Rinascimento, Epica e Commedia, Filosofia
e Folclore, passano davanti ai nostri occhi in maniera concitata, intensa, talvolta ironica, spesso appassionata.
L'artista in quei momenti di esaltata follia è anche Attore, assume il volto di Amleto e quello del Capitano
Achab, è lo smarrito viandante nel Castello di Kafka ed è il Cavaliere Astolfo che sfida giganti
e maghe incantatrici. Forse questa è anche una pittura di Chimere, di Sibille, di Sirene, di Negromanti,
di Profeti, penetra in altre pieghe temporali dello spazio, veleggia verso le spiagge inquiete del simbolo, si
affaccia sugli spalti vertiginosi degli archetipi universali, è frequentatrice di luoghi proibiti e pericolosi,
che non tutti i naviganti possono percorrere, luoghi difficili, dove l'artista è sempre indotto a polemizzare
con il mondo, a provocare un poco, a prendere i suoi rischi. Potremmo mettere in questa sua società di ribelli
perfino Pinocchio, il Pinocchio un po' caricaturale dell'inizio delle sue avventure, insofferente d'ogni autorità,
il Pinocchio crudele dei primi capitoli, certamente non quello che alla fine un pò ipocritamente si ravvede.
C'è quindi ovviamente in Chimenti il gusto dell'ironia volterriana ed il gusto della trasgressione, ma anche
quello della fedeltà alla legge, purché si tratti sempre d'una legge un po' diversa da tutte le altre
(anche quella di Gesù, che scandalizzava i Farisei, lo era). La pittura di Pino Chimenti deve sempre un
poco modificare l'ordine delle cose, non può mai accettarle come si presentano, poiché se si limitasse
a dipingere l'ovvio non sarebbe più una pittura, ma didascalia, diventerebbe un cartellone scolastico. Il
bello della pittura è: inventare una nuova sintassi, nuovi verbi, nuove combinazioni di parole, e quindi
anche nuovi concetti, ordinarli secondo una propria logica, che non e proprio quella aristotelica, secondo la legge
dell'esperienza, l'esperienza dei contrari e degli opposti, secondo la legge dei propri sogni, la legge delle proprie
immagini e dei propri pensieri. La sua pittura ha il bisogno quasi fisico di raccontare una storia o una favola
morale o un trattato filosofico (i pittori sono filosofi anche se non lo sanno) o una visione che ha avuto tempo
fa e che continua ad ossessionarlo (i pittori debbono sempre essere un po' ossessionati, non possono permettersi
il lusso di rimanere pacati o sottomessi). Ci è mai capitato di riflettere seriamente che i filosofi presocratici,
quando hanno composto le loro opere, sono ricorsi alla forma del poema (Eraclito, Parmenide, Empedocle)? L'uso
si è tramandato anche nei secoli successivi, in Lucrezio, per esempio, fino al Rinascimento ed oltre. Forse
Wittgenstein ha fatto la stessa cosa con il suo Tractatus logico filosofico che potrebbe assomigliare perfino ad
un poema. Anche Nietzsche, che d'altronde ha composto poesie e musica, ha seguito gli stessi impulsi. È
difficile invece immaginare Heidegger scrivere in poesia Essere e Tempo, ma non e difficile immaginare Chimenti
mentre adopera in libertà forme e colori, mentre adotta criteri filosofici per comporre i suoi quadri, per
ordinarli secondo una sequenza logico estetica o logico fantastica o di saggezza follia.
Certamente Pino Chimenti si è accinto ad un compito ben arduo per inserire un'opera così originale
come la sua dentro la storia d'una pittura assai complessa come quella italiana, talvolta così restia alle
innovazioni, ma anche complicata ed oscura, poiché sembra che nel corso di un intero secolo sia andata verso
direzioni differenti ed opposte, verso il vecchio ed il nuovo, verso la ribellione estetica e verso la fedeltà
alla tradizione, verso la ricerca del bello e verso la ricerca dell'orrido, verso la forma e la sua negazione,
verso il desiderio di comunicazione e verso la strana ambizione d'essere talvolta incomprensibile. È vero
che molti altri grandi artisti hanno invece cercato di fare chiarezza, hanno avuto i loro dubbi e li hanno superati,
non si sono fatti distrarre dalle svenevolezze dell'arte e dalle sue contraddizioni. Per fare un esempio collettivo
possiamo citare quelli che appaiono in un'eccellente esposizione di pochi mesi fa promossa da Giorgio Cortenova
a Palazzo Forti, a Verona, intitolata La Creazione ansiosa /da Picasso a Bacon. Anche Pino Chimenti appartiene
a questa generazione di artisti ansiosi nella loro creazione, poiché occorre evidentemente provare un poco
anche sentimenti d'angoscia e di malinconia per fare una pittura così intensa e così tormentata.
Si tratta evidentemente dell'angoscia metafisica del tempo che anche Chimenti traccia sulla mappa dei suoi quadri,
del turbamento interiore della psiche, del sentimento misterioso dell'Attesa e dello Smarrimento. Naturalmente
anche nei secoli passati non sono mancati artisti che hanno provato le stesse sensazioni, da Dürer a Goya
e fino ai nostri giorni. C'e una parte della pittura italiana che ha fatto cose straordinarie, che non ha giocherellato
solo con il reale o con il fantastico, ma che ha capito che la pittura è una cosa molto seria e molto grave
anche quando sorride. Può anche permettersi il lusso d'essere piacevole e cordiale, naturalmente, ma non
può assolutamente rimanere indifferente a quello che vede ed a quello che dipinge, e l'elenco potrebbe essere
dilatato con l'aggiunta dì altri nomi.
Dunque Pino Chimenti ha ragione quando sente dentro di se l'anima d'un filosofo presocratico mentre dipinge i suoi
quadri, mentre pensa forse alla sua immaginaria geografia, che e poi una psicogeografia ed anche una geopolitica,
all'acqua, al fuoco, alla composizione della materia o dell'anima, all'Ankhè delle cose ed alla loro fine,
alla nascita ed alla morte, dubitando di tutto e credendo a tutte le infinite possibilità dell'esistenza.
Bisogna sempre essere un pò selvaggi ed un pò primitivi mentre si dipinge e naturalmente anche molto
raffinati, mai dimenticare l'eleganza delle forme e l'equilibrio dei colori e non trascurare la violenza, poiché
la vera pittura deve sempre essere intensa, un po' aggressiva, scagliare di tanto in tanto qualche pietra, sorridere,
come pure accade sovente in questi quadri, e poi fare anche qualche smorfia, un viso duro, un viso severo, di chi
sa quello che dipinge e sa anche che in fondo non vuole scherzare del tutto, sta dicendo qualche aspra verità.
Possiamo ora meglio capire che tutte queste storie raccontate da Chimenti tutte insieme, una dopo l'altra, hanno
bisogno d'un linguaggio assai composito, d'un trascendente e d'un immanente, d'un significante e d'un significato,
come aveva già insegnato Saussure in un tempo poi nemmeno remotissimo, d'un apogeo e d'un ipogeo, del Sublime
e dell'Opaco, delle continue contraddizioni di cui si è sempre nutrita la nostra civiltà che opera
il male per ottenere il bene e qualche volta opera il bene per ottenere il male. L'articolazione del linguaggio
è essenziale nell'opera di Chimenti, poiché linguaggio è anche la manifestazione essenziale
dell'inconscio, come aveva già scritto quell''inconsueto e vulcanico pensatore e psicoanalista che è
stato Jacques Lacan. Il linguaggio è molte cose nello stesso tempo: è sensualità ed è
desiderio, è svelamento dell'inconscio ed è anche smarrimento dell'io. Il linguaggio porta sempre
un po' fuori dell'essere, parlare è scivolare impercettibilmente nell'Altro, significa anche fare circolare
le immagini dentro il pensiero ed il pensiero dentro le immagini, è una parte, soltanto una parte, della
nostra razionalità, è una parte, soltanto una parte, della nostra immaginazione. Chimenti ha ordinato
i suoi quadri intorno alla molteplicità del linguaggio, ma anche intorno alla dinamicità del linguaggio,
linguaggio è dimensione, linguaggio è anche estetica. Come scriveva il già ricordato Wittgenstein:
"ogni cosa è come in uno spazio di possibili stati di cose. Questo spazio posso pensarlo vuoto, ma
non posso certo pensare la cosa senza lo spazio". Potremmo anche dire: non possiamo pensare lo spazio pittura
di Chimenti senza linguaggio o senza immagine. La pittura diventa linguaggio nel momento in cui pensiero ed immagine
coincidono e cozzano tra di loro. C'è nell'alfabeto esoterico di Pino Chimenti il linguaggio dell'essere
ed il linguaggio dell'inconscio, la consapevolezza razionale e la visionarietà. I suoi quadri sono una densa
accumulazione di oggetti pensiero, ma anche di oggetti di pura fantasticheria. I suoi oggetti possono essere quello
che appaiono, quello che sono, ma anche tutto quello che potrebbero apparire, che potrebbero essere in un futuro
o in un mondo immaginario. Ogni oggetto manifesta se stesso, ma anche tutte le metamorfosi alle quali è
sottomesso. Ogni oggetto, ogni forma in questa pittura, è quindi linguaggio dell'Essere, cioè linguaggio
del Sé e linguaggio dell'Altro. Questo linguaggio è pertanto inesauribile, può continuare
all'Infinito, può aggiungere sempre nuove parole, altri colori, altre forme, andare verso il paradosso e
ritornare verso la logica, o viceversa, o come diceva Lacan in un testo pubblicato sulla rivista surrealista Minotaure
nel 1933 è "una identificazione iterativa dell'oggetto". Il linguaggio è in sostanza incessante
e quando viene a fare parte integrante della pittura, questo è il quadro che ad un certo punto si mette
a parlare, che esibisce le sequenze dei suoi colori, che narra una storia. Il linguaggio nella pittura di Pino
Chimenti assume anche la funzione del mito, quando si carica di enormi significati, quando addensa sulla stessa
superficie l'eterogeneo e l'omogeneo, l'opposizione ed il consenso, l'espresso e l'inespresso, l'inconscio e le
sue rivelazioni drammatiche o ironiche. Vediamo ora dove questo linguaggio ci conduce.
Cominciamo con una finzione letteraria o, meglio ancora, con un viaggio a ritroso nel tempo. Ci sia consentito
a questo punto un paradosso. Il mondo di Pino Chimenti è stato già descritto, in parte, più
di cento anni fa, dal reverendo Edwin A(bbot) Abbott, esattamente nel 1882, in Inghilterra, che per uno scherzo
o una distorsione della geografia fisica mentale reale immaginaria, savia e folle nello stesso tempo, appartiene
al nostro continente, poiché, come diceva Shakespeare, è anche l'unico luogo della terra dove nessuno
si accorge d'essere folle o della follia degli altri, ma potremmo anche dire dove nessuno si accorge d'essere savio.
Tutti sono folli in mezzo ad altri folli o tutti sono savi in mezzo ad altri savi. La pittura obbedisce ugualmente
a questa regola, non può mai essere interamente folle o interamente savia, deve ragionare e sragionare un
poco nello stesso tempo. Vi sono naturalmente rassomiglianze e dissomiglianze tra il mondo dell'artista Chimenti
ed il mondo dello scrittore Abbott, ma rassomiglianze e dissomiglianze sono sempre stimolanti, consentono di scoprire
radici inconsuete. Chimenti forse era gia nella mente di Abbott, come e nella mente del Mito. È un pittore
che viaggia nei labirinti del tempo.
Diciamo prima di tutto chi era Edwin A. Abbott (Londra 1838 1926), pastore ed insegnante, rettore della City of
London School, fondata da suo padre. Fu autore d'una notevole quantità di manuali scolastici, teologici
e scientifici ed alla fine d'uno straordinario romanzo, Flatlandia Racconto fantastico a più dimensioni
(Flatland A Romance of Many Dimensions) che è molto difficile definire. È senza dubbio un libro paradossale.
Come sia nato nel 1882 nella sana mente del reverendo Abbott è un mistero: forse fu scritto in un momento
di strana follia o di stravagante saggezza, ma l'una e l'altra andavano per la loro strada in maniera del tutto
autonoma, senza intralciarsi vicendevolmente, impedendoci di comprendere dove era esattamente la sua follia e la
sua saggezza. Il romanzo viene da molto lontano, dal mondo bizzarro di Laurence Sterne (Vita e opinioni di Tristani
Shandy), dalle utopie di Jonathan Swift (I viaggi di Gulliver, ma naturalmente anche dalla sua celebre Modesta
Proposta), in parte anche da Edmund Spenser (La Regina delle Fate), cioè dal lato bizzarro e stravagante
della letteratura inglese. e naturalmente europea. Abbott non è l'unico reverendo che abbia scritto un'opera
assolutamente insolita. Un altro reverendo vissuto quasi nella stessa epoca fu Lewls CarrolI (non solo Alice, ma
in molti altri suoi testi), che è un altro personaggio paradossale.
In che maniera ritroviamo un po' le opere di Pino Chimenti in Flatlandia? Forse in una specie di simpatia mentale?,
in una assonanza spirituale?, in un'osmosi temporale? In questo romanzo Abbott descrive alcuni universi che non
riescono a comunicare tra di loro, sono incomunicabili, ma aspirano confusamente a riconoscersi. In una geografia
del tutto (apparentemente) assurda. ma nello stesso tempo molto razionale vi è un universo a due (e solo
due) dimensioni, lunghezza e larghezza, dove vive un Quadrato sapiente che narra le sue vicende e la sua aspirazione
a conoscere ed scoprire altre dimensioni che susciteranno paura e scandalo tra gli abitanti del suo universo: Triangoli,
Pentagoni. Esagoni, Circoli, eccetera. Attiguo al suo vi è un universo ancor più angusto, dove esiste
una sola dimensione: si chiama ovviamente Pointlandia. Flatlandia è invece il Paese del piano, dove tutto
è piatto, dove gli abitanti strisciano sulla sua superficie in maniera ingegnosa. Nel corso della sua vita
il Quadrato sapiente scopre infine un universo a tre dimensioni, il Paese dello Spazio, Spacelandia (sarebbe il
nostro), che vorrebbe far conoscere ai suoi concittadini, ma con risultati disastrosi. Viene imprigionato come
un pericoloso eretico che vuole sovvertire le leggi dello Stato, ma ora si è aperto un varco nella sua coscienza,
si insinua nella sua mente il sospetto che potrebbe anche esistere un universo a quattro dimensioni (ci pensò
ovviamente Einstein insegnando che la quarta dimensione è il tempo), oppure una quinta, una sesta, un'infinità
di altre dimensioni, per arrivare finalmente in un paese chiamato Thoughtlandia, il Paese del Pensiero che è
anche il Paese dell'Utopia del pensiero.
L'opera di Pino Chimenti ci sembra immersa in una molteplicità di dimensioni che si intersecano tra di loro,
che coincidono, che si compenetrano, si sovrappongono, si riconoscono e si separano per riunirsi subito dopo su
un altro piano. Il suo universo è paradossale perchè si dilata continuamente, cambia fisionomia e
struttura, si addensa, si mescola, si separa, si riunisce, come se infinite dimensioni venissero a contatto tra
di loro. È un mondo proiettato lungo le strade del tempo, dove avvengono avvenimenti strabilianti, dove
i Diavoli si incontrano con gli Angeli, dove il vuoto si incontra con il Pieno, dove il Piano si incontra con il
Solido, dove l'Uno diventa il Tutto, dove il Nulla diventa l'Essere, il da sein dì Heidegger, ma anche l'Essere
di Parmenide. Si tratta d'un specie di Ballo mascherato a più dimensioni, dove non è facile riconoscere
chi si presenta con il suo vero volto e chi invece ha un volto mascherato, dove viene recitata sullo stesso palcoscenico
una Tragedia ed una Commedia, dove la Logica va a braccetto con l'Assurdo, dove la razionalità sembra irrazionale
e dove l'irrazionalità sembra razionale, dove il gioco dei contrasti e delle contrapposizioni è la
legge costante delle sue Figure che si urtano tra di loro, dove Andromeda diventa Perseo e Perseo diventa il Drago,
ma che prendono forza l'uno dall'altra, dalla Somma dei tranelli mnemonici. Questo suo mondo pittorico è
una macchina ad orologeria straordinaria, possiamo anzi definirlo il grande Orologio del Paradosso, l'Orologio
della Mente, l'Orologio dello Spinto inquieto del suo costruttore pensatore pittore, poiché Chimenti è
un po' tutte queste cose, è il pittore d'una grande macchina fantastica che inventa le proprie leggi, che
è movimento incessante. Le sue molecole ed i suoi ingranaggi costituiscono una specie di cuore gigantesco
che palpita, sussulta, che sprizza continue scintille. È la Fabbrica dell'Immaginario, ma è anche
la Fabbrica del mondo sconosciuto, del mondo invisibile, la Fabbrica del desiderio, è l'isola misteriosa
che racchiude tutti i suoi pensieri. È una Flatlandia pittorica confinata ai margini della realtà,
può essere vista soltanto cambiando la propria maniera di pensare, ed è proprio quello che Chimenti
sembra suggerire con la sua pittura: non può essere vista con lo sguardo abituale, non può essere
vista con il pensiero di tutti i giorni, con il pensiero dormiente, bisogna mettersi da un'angolazione diversa,
bisogna allontanarsi dai propri pregiudizi, dalle proprie abitudini, bisogna diventare liberi e bisogna anche diventare
un poco anarchici, un poco insofferenti, bisogna cioè avere coraggio, spregiudicatezza, bisogna in parole
povere diventare diversi. Non può essere vista con gli strumenti abituali dell'ottica o dell'estetica, affidandosi
soltanto alla tradizione, bisogna un po' andare contro corrente, capovolgere totalmente il proprio punto di vista,
andare un pò oltre il visibile, farsi catturare un poco dal piacere dell'insolito e dal brivido della trasgressione.
Nella Flatlandia di Abbott e nella Flatlandia di Chimenti non avvengono solo questi scontri tra Figure piane e
Figure solide, cioè tra la Legge e la Rivoluzione, avviene anche un travolgimento che riguarda il colore.
Qui la visione slitta veramente in una dimensione metafisica, il colore può produrre effetti drammatici,
come viene narrato nel capitolo § 8: "Se dobbiamo credere alla tradizione, una sola volta, in un periodo
di una mezza dozzina di secoli o più, il Colore gettò uno splendore transitorio sulle vite dei nostri
progenitori più lontani. Un tale un Pentagono il cui nome viene tramandato in forme diverse scoprì
per caso le componenti dei colori più semplici, nonché un metodo rudimentale di pittura; e si racconta
che cominciasse dapprima con la decorazione della propria casa, poi con quella dei suoi schiavi, poi di suo padre,
dei suoi figli e nipoti, e da ultimo di se stesso. I vantaggi e la bellezza dei risultati furono subito chiari
a tutti. Dovunque Cromatiste poiché le fonti più degne di fiducia concordano nel chiamarlo con questo
nome volgesse il suo contorno variegato, subito attirava l'attenzione e imponeva il rispetto" (Adelphi, Milano,
nell'ottima traduzione di Masolino d'Amico).
Anche il colore produce effetti impensati e può cambiare totalmente la realtà delle forme. In Flatlandia
produce una violenta reazione. Chi cerca d'introdurre nel mondo il colore come elemento spirituale della creazione,
come fa Pino Chimenti, corre sempre molti rischi. Quando Colore e Forma assumono curiosi punti di contatto l'uno
con l'altro diventano gli aspetti di un pensiero lacerato. il colore sembra sempre dire qualche cosa di più,
la forma pretende sempre di contenere dentro la sua dimensione l'assolutezza della sua verità, il colore
è inquieto, la forma cerca di catturarlo, avanza verso il colore, lo assorbe, se ne impadronisce, lo chiude
in un certo senso dentro un'ampolla che a differenza di tutte le altre ampolle può assumere un'infinità
di altre forme, si allarga, si restringe, invade il campo della geometria e nello stesso tempo il campo del subconscio,
in Chimenti il colore e un po' onnivoro. Colore e forma nei suoi quadri sviluppano una continua tensione emotiva.
intrecciano tra di loro una danza sacra o una danza orgiastica, un rito apotropaico che viene dalla origini della
vita, come un Cavaliere antico che voglia diventare Dragone.
Cerchiamo ora di trarre una conclusione da tutto quello che abbiamo esposto fino a questo momento. Stabiliamo anche
per Pino Chimenti un'analogia tra arte e parola, tra mito ed immagine, tra il concreto e l'astratto, tra rito e
consuetudine, tra una Linea che può sempre essere interrotta in qualsiasi punto e può essere ricomposta
in maniera del tutto diversa, ma non arbitraria, come in una specie di architettura fantastica, in una architettura
antropologica, dove le figure che Pino Chimenti inventa sono nello stesso tempo anche colonne, architravi, bifore,
pronao, le parti d'un tempio immaginario, ricucendo e ricomponendo il proprio utopistico universo. I suoi quadri
sono come isole immaginarie che ruotano nello spazio. Chimenti disegna la propria geografia, dove civiltà
e barbarie si confondono tra di loro, ed in questo senso sono molto significativi i titoli dei suoi dipinti, dove
troviamo l'antico ed il moderno, la Metafisica e la sua Controfisica, il racconto favoloso ed il racconto realistico,
la macchina e l'anima, uomini come architetture ed Orchi come anime. Le sue figure sono simboli paradossali dell'antica
ribellione dei Giganti contro l'Olimpo, una battaglia che si rinnova ad ogni generazione, sono, ovviamente, anche
congegni mentali, pieni d'irriverenza. Non bisogna nemmeno trascurare questo fatto importante: le sue immagini
sono dotate d'una rara sontuosità, sembrano dipinte non solo con i colori, ma con una profusione di perle,
di diamanti, di rubini, di smeraldi, di lapislazzuli, una collana di lucenti tasselli. Costruisce macchine elaborate
e complesse che potremmo ancora definire le Macchine Celibi del Subconscio, rivestite di erotica bellezza, macchine
semantiche, macchine cioè molto umane, con elementi primitivi, da pozzo dei miracoli e da palazzi delle
Mille e Una Notte, dove ogni pietra, ogni masso, ogni pezzo di legno, di cui imita le sottili venature, è
ricoperto da colori che avrebbero fatto impazzire di piacere Cromatiste. Siamo un poco nella caverna di Ali Babà
con i suoi leggendari personaggi e le sue principesse color dell'oro e dell'ambra, con le sue fate che con pettini
d'avorio accarezzano i loro capelli sull'orlo dei ruscelli, con le sue ninfe d'acqua e di mare, con Narciso che
rimane incantato dalla sua immagine, con le sue torri misteriose. Vi sono nella sua pittura alcuni segni che troviamo
perfino in uno straordinario libro di Giorgio Manganelli intitolato Centuria Cento piccoli romanzi: nella Centuria
Novantacinque, per esempio, dove il protagonista vede "alla fermata dell'autobus un candido Liocomo".
Oppure "il signore ingordo di sogni", nella Centuria Novantasei: sognava così intensamente che
nelle sue vicinanze più nessuno riusciva a sognare. Oppure in quell'altro personaggio che fa lo scrittore
che "scrive un libro attorno ad uno scrittore che scrive due libri", Centuria Cento, ma potremmo trarre
da Manganelli molti altri esempi che in un certo senso corrispondono alle paradossali situazioni pittoriche create
da Pino Chimenti da quadro a quadro. Anche Chimenti è un pittore che dipinge un quadro che conduce a due
altri quadri, i quali ne contengono quattro, e così via all'infinito. Anche Chimenti è "ingordo"
di sogni e di pittura allo stato puro ed inebriante, o come scrive Leonardo da Vinci Lo lume è foco ingordo
(inchordo) sopra la candela, cioè ingordo d'immagini che producono altre immagini, di personaggi che producono
altri personaggi, di macchine pensanti che danno il via ad altre immagini, ad avventure che producono altre avventure,
come quei romanzi del Settecento, ma anche di altre epoche (citiamo per tutti almeno Gil Blas di Lesage, ma naturalmente
anche le Mille e Una Notte) che sono costruiti con un meccanismo ad incastro: nel loro interno sono inserite altre
storie che si allontanano verso luoghi sconosciuti e poi ritornano al punto di partenza, romanzi circolari come
è circolare la vita, come è circolare questa pittura. Da una piazza di de
Chirico si può passare ad un'altra piazza di de Chirico, ma anche in altre Piazze che nel corso del secolo
XX sono state edificate, fino alle Piazze ed alle Isole di Pino Chimenti che è un pittore dalla mente architettonica.
Mette dentro i suoi palazzi immaginari lo splendore e le oscurità della vita, il vecchio mito della Grecia
e quello quotidiano, inesauribile meccanismo dei contrasti e delle avversità dell'esistere,
l'idea grottesca e bizzarra della vita, come i volti dell'Arcimboldi, e una idea morale, perfino scientifica, il
senso della bellezza e il senso della meraviglia. Pino Chimenti è un pittore multiforme che cerca nella
pittura le sue verità e le sue contro verità, che trasforma i suoi sogni in immagini, che costruisce
labirinti onirici e montagne di nuvole, che un poco assomiglia ad Aristofane ed un poco ad un Cavaliere della Tavola
Rotonda di Re Artù, che descrive nei suoi quadri i misteri dei paesi perduti ed i combattimenti tra il Drago
e Perseo, è perfino, a tratti, un cabalista mistico ed un filosofo esoterico, in parole essenziali un pittore
visionario.
Janus
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