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Entelechie di favole future
Paolo Rizzi

Diceva Mallarmé: "Nominare un oggetto è sopprimere i tre quarti del godimento della poesia,
che è fatto della felicità d'indovinare a poco a poco. Suggerirlo, questo è il sogno..."
Era il 1891. Da allora l'arte ha spesso giocato a nascondino. Ha celato gli oggetti per cercarne il significato
sommerso: il livello "organico" della conoscenza. Pino Chimenti conosce bene
quest'arte del celare. Osservando le sue opere si è attratti da un'ambiguità di fondo che si dipana
nelle forme più sfuggenti e maliziose. Un uccello fantastico o una corrusca astronave?... Oh, l'immagine
ha questo strano potere di ribaltare la conoscenza, di travisarla, di ridurla a lacerti mobili, sfilacciati, apparentemente
stravaganti. La decostruzione è uno dei sintagmi della nostra cultura. Si
smonta il meccanismo per svelarne i recessi: non solo, ma anche per cogliere la bellezza in sé dello stesso
smontaggio.
il collage, del resto, è stato, fin dai tempi di Picasso, uno degli strumenti di decostruzione dell'oggetto.
Chimenti ritaglia le forme della sua esperienza visiva, tratte dal gran repertorio della cultura: e nel ricostruirle
le sparpaglia secondo un apparente caos. Ma questo caos, a ben vedere, nasconde a sua volta un ordine che è
diverso, perché diversa è la matrice psichica da cui proviene. Un semplice
giuoco? No. E' da questa operazione di "riappropriazione" del cosmo visivo che si sviluppa il senso profondo
dell'arte. L'artista ricrea: torna a plasmare il mondo a sua immagine e somiglianza. Il referente primo per Chimenti
resta Klee. "Si impara - diceva Klee - a conoscere qualcosa dalla radice; s'impara la preistoria del visibile.
Ma non è ancor questa l'arte del supremo livello. Al livello supremo comincia il misterioso". Tutto
il linguaggio dei
"geroglifici del ricordo" di Klee viene ritrasmesso, in chiave diversa, da Chimenti. Perchè in
chiave diversa? Per due motivi:
1) perchè s'è aggiunto in Chimenti il grande repertorio meccanico e tecnologico
del nostro tempo;
2) perchè il suo livello organico è impregnato d'una mediterraneità categoriale.
Chimenti è calabrese; e questa radice etnico-culturale, oltre che geografica, lo porta ad inserire, nella
scomposizione surrealista,
l'eco di una grande mitologia arcaica che scorre sopra la sua testa. Semmai, il referente è il catalano
Mirò, magari meno evidente ma pur sempre presente nel sottofondo. La natura
viene reinventata secondo le pulsioni che vengono dal di dentro: le "memorie nascoste", appunto. E tutto
si frammenta e si ricompone secondo un ordine che è anche e soprattutto
biologico. Ecco il fascino di queste carte misteriose, dense di allusività tra il vegetale, l'organico,
il minerale e il meccanico.
L'occhio indaga, ricerca la "leggibilità"; ma essa subdolamente sfugge, come piaceva a Mallarmé.
Rimane questo straordinario
senso di libertà, di fuga verso l'utopia: un'avventura che siamo invitati, con l'artista, ad intraprendere.
La forma, dentro di noi, si trasforma in simbolo: in archetipo di una strana felicità, dolcemente disinibita.
Tutto diventa sogno: entelechia di una favola futura.
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