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La costante dell'ambiguità
Giuliano Serafini

Si è tentati, a un primo impatto con l'opera di Pino Chimenti, di classificarla nella zona soft o, per dirla
con Barilli, "ricca" della figurazione degli ultimi vent'anni: quella che in Italia ha visto
antesignani e adepti quali Baruchello, Tadini, Nespolo, Alinari, Spoldi. Come dire inserirla automaticamente nel
grande filone del postmoderno, collettore generoso prima ancora che spartiacque dell'evoluzione estetica di questa
fine secolo; tanto generoso da comprendere anche tendenze ludiche, in linea con la stímmung di un'era di
transito qual è appunto la nostra, per la quale "valore" e "durata" non sembrano essere
più gli obiettivi supremi dell'arte. Fatto è che l'intransigenza e perfino la severità con
cui artisti come Chimenti si predispongono al gioco, dimostra in sostanza che "l'arte è una piccola
cosa" - l'aforisma è di Beppe Chiari - e che sdrammatizzarne le motivazioni è l'unico modo di
renderle giustizia.
La leggerezza, sembra insinuare ancora Chimenti, resta l'unica difesa possibile contro la tetraggine delle riesumazioni,
la militanza del nulla, l'autodivorante diatriba sul "corpo mistico"
dell'arte. Artisti come Chimenti non tentano insomma la definizione, l'aggirano, la differiscono, la spostano.
Vanno oltre e forse vanno più lontano. Dicevo della tentazione di collocare l'artista cosentino nel contingente
"storico" di cui sopra. Ma è un indugio di poco, quando si tenga conto delle modalità con
cui è arrivato a quel suo agnosticismo, di quali mezzi si sia servito per definire la sua personale poetica.
Ad un'analisi più ravvicinata, vediamo che Chimenti si è appropriato di tutta una segnaletica assunta
per consuetudine o
predilezione culturale. Gillo Dorfles parla di un'ascendenza kleeiana, e in effetti il lucido onirismo di queste
parabole giustifica la citazione. Ma aggiungerei anche un debito più
subdolo e intrigante, di derivazione patafisica, per quell'indulgere del racconto al non-senso e al calembour,
a quel grottesco surreale che finisce per far somigliare la scena pittorica a un arcimboldiano puzzle, dove l'immagine
terminale diventa la somma di altre, tutte virtualmente decifrabili e autonome. Tali immagini, che chiameremo "di
servizio", si
dispongono entro la superficie del quadro attraverso un complesso sistema di incastri, ritagli e assemblaggi che
denotano una volontà fortemente costruttiva e una manualità
esacerbata: la stigmate, insomma, dell'artista "faber", A questo punto appare chiaro che il procedimento
di Chimenti - tecnico e insieme poetico - si articola su due tempi diversi. Il
primo è quello della ricognizione dei "materiali", che nel caso non sono però trouvés
come in ogni prassi surrealista che si rispetti (vedi Baj); ma si direbbero piuttosto inventati, dipinti ed
elaborati preventivamente dall'artista stesso, nonché provvisti di una propria elementare semanticità
e iconicità. Sono morfemi,
prima ancora che forme compiute, spesso risolti in patterns d'effetto musivo o tissulare e comunque destinati a
rinascere nell'immagine che li conterrà. In questa sorta di gioco metonimico, si coglie anche il senso e
la cifra dominante del lavoro di Chimenti, cioè quella sua congenita vocazione a non fissarsi su una certezza
visiva, ma al contrario, a fare della metamorfosi il suo riferimento costante. 1
titoli stessi suggeriscono la chiave: Equilibrista, Spostare il Tempo, Messaggio esoterico, Poeta, nuvola e musa,
Postino lunare, Babele. Tutto sembra votato all'instabilità e a ricadere
nella dimensione del possibile psichico e retinico: di qui la tendenza dell'osservatore a identificare il tessuto
connettivo dell'immagine, la fisionomia dei frammenti di cui è composta.
Ma la soluzione non ci sarà mai data, questo è certo. L'occhio sarà sempre sul punto di intercettare
frecce e spirali, ammoniti
e banderuole, simboli fallici e strumenti astronomici: tutto un universo biomorfico in espansione dove ogni elemento
appare
sul punto di aggregarsi al suo nucleo o, viceversa, staccarsene. Favolosi basilischi e guerrieri emergono dallo
schermo nero del
fondo in à plat assoluto come marionette da teatro delle ombre, pronti ad ogni istante a tramutarsi in qualcos'altro.
Tra ironia e
crudeltà, il racconto promette di non aver mai fine, di rigenerarsi da se stesso, di garantirci nuove e
mirabolanti avventure. E non sarà ormai difficile intenderlo nel suo sostanziale significato, se può
averne uno: quello di metafora dell'arte e dei suoi innumerevoli travestimenti.
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